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Ti conosco, mascherina! Self-disclosure e conoscenza implicita

Ti conosco, mascherina!

Self-disclosure e conoscenza implicita

Il sapere psicoanalitico, essendo vivo e vitale è in continua trasformazione. Negli ultimi decenni le trasformazioni più significative risultano apportate da clinici e autori che hanno sviluppato le loro ricerche collocandosi ai margini o sulle linee di confine o sull’ esterno delle Società Psicoanalitiche. Tanti sono i modelli attuali, molto diversi tra loro, in ambito psicoanalitico e nessuno è in grado di dimostrare una maggiore efficacia rispetto agli altri. Ognuno, utilizzando diverse concettualizzazioni, indica una parte di quella infinita complessità che è nell’ incontro tra la mente del terapeuta e del paziente.

Ricordo gli interrogativi nella Società Psicoanalitica USA, pragmaticamente attenta alle prove di efficacia, quando due modelli radicalmente diversi presentarono entrambi risultati positivi nella psicoterapia dei disturbi narcisistici, quello di Kohut non interpretativo rivolto al Sé nella sua totalità, e quello di Kernberg, post Kleinniano, rivolto alla interpretazione del conflitto nel suo manifestarsi con le dinamiche transfert / controtransfert. Poi negli anni successivi, hanno portato prove evidence based di efficacia nella terapia dei disturbi Border line sia il modello di Kernberg che quello di Fonagy non interpretativo e basato sulla mentalizzazione. Ritengo utile per un confronto nelle diversità nell’ambito della Psicoterapia Analitica Integrata, una riflessione sui Fattori terapeutici trasversali e comuni ai vari indirizzi psicoanalitici e non solo psicoanalitici.

Lavorando per decenni nei Centri di Salute Mentale come Psichiatra, ho incontrato ottime Psicologhe con formazioni sistemiche e cognitiviste, diverse dalla mia (psicoanalitica). Avevano una capacità di ascolto partecipe e non giudicante dell’altro che definirei come “ personalità terapeutica”, per cui riuscivano a trasmettere ai pazienti la sensazione di essere raggiunti e capiti e questa esperienza che i pazienti vivevano nel rapporto terapeutico con loro era, a mio parere, una “ Esperienza emotiva correttiva “ .*

L’esperienza emotiva correttiva è considerato il principale fattore terapeutico trasversale e comune alle varie terapie.

L’esperienza emotiva correttiva è molto valorizzata tra gli altri anche da Allen N. Schore che afferma come la sua ripetizione nel contesto di lunghe psicoterapie sia in grado di modificare il funzionamento cerebrale in cui si inscrivono i traumi relazionali precoci, grazie alla creazione di nuovi collegamenti neuronali.

Usando la terminologie che ci arriva dalle Neuroscienze si può affermare che comporta due tipi di interventi. Interventi Top down, a partenza dall’emisfero sinistro che arrivano all’emisfero destro, tra cui Mentalizzazione e interpretazioni mentalizzanti . Alla Mentalizzazione ho dedicato un mio articolo pubblicato nella Rivista SPAI, N. 3/ Maggio 2023.In questa sede, a proposito della mentalizzazione mi limito a riportare questa affermazione di Allen, Fonagye, Bateman in “ La mentalizzazione nella pratica clinica”:

“in qualsiasi modo interpretiate i meccanismi del cambiamento terapeutico creare una narrativa coerente, modificare le cognizioni distorte, fornire all’ esperienza emozionale una base sicura, dare insight o semplicemente restituire la speranza -, l’efficacia dei vostri interventi dipenderà dalla capacità dei vostri pazienti di prendere in considerazione la loro esperienza dei propri stati mentali insieme alla vostra presentazione terapeutica degli stessi. Il riconoscimento da parte dei vostri pazienti della differenza tra la propria esperienza della propria mente e quella presentata da un’altra persona è un elemento chiave degli interventi di mentalizzazione”

Interventi Bottom up, basati sulla sintonizzazione degli emisferi destri.

Nel presente articolo prendo in esame uno specifico intervento Bottom up ossia la Self disclosure in rapporto alla conoscenza implicita. Si tratta di una conoscenza che ha proprie vie neurologiche ed aree corticali deputate, rapidissima, avviene in secondi e frazioni di secondi, senza che ne siamo consapevoli e ci fornisce informazioni istantanee sull’ altro.

Riporto una osservazione clinica in merito ad un sorprendente cambiamento, in seguito ad una mia Self-disclosure, nel contenuto onirico di una mia paziente: Anna agorafobica con fragilità narcisistica, in psicoterapia psicoanalitica due volte alla settimana.

La paziente per rispetto della sua Privacy non mi ha autorizzato a fornire maggiori informazioni sulla sua storia personale al di fuori di un ristretto gruppo di supervisione.

L’esperienza clinica che riferisco potrà all’ inizio suscitare in chi legge perplessità e diffidenza, ma se avrà la pazienza di proseguire nella lettura, confido che questo mio articolo potrà fornirgli un interessante spunto di riflessione.

L’esordio della Agorafobia di Anna è avvenuto durante gli anni dell’ università e la sintomatologia è rapidamente divenute così intensa da impedirle di uscire di casa. In seguito a terapia farmacologica e una breve terapia comportamentale, basata sulla esposizione graduale, si è notevolmente ridotta di intensità ma non si è risolta. Una successiva psicoterapia cognitivista non ha dato ulteriori benefici rilevanti. Anna ha imparato a contenere la Agorafobia ed a nasconderla ricorrendo a trucchi ed espedienti come proporre itinerari alternativi, passando per i vicoli, al percorrere strade ampie, prendere a braccetto una amica se proprio costretta a percorrere spazi aperti fingendo uno spontaneo gesto di amicizia, trovare scuse per non partecipare ad attività varie che la esporrebbero alla agorafobia , attraversare grandi spazi con le mani aggrappate al manubrio di una bicicletta e traendo da ciò un senso di sicurezza, ricorrere all’uso preventivo di una Benzodiazepina .

Quando Anna ha gli attacchi di agorafobia si sente andare in pezzi , è l’ansia di disintegrazione del Sé descritta per primo da Heinz Kohut, ha bisogno di stringere il suo corpo e darsi anche stimoli somatici dolorosi per sentirsi intera. Kohut in ambito psicoanalitico per primo si differenziò dalla lettura conflittuale dell’ Agorafobia segnalando la mancanza di una strutture interna auto calmante e di conseguenza la necessità di un oggetto esterno regolatore da lui definito “Oggetto Sé”. Questa funzione la svolge il suo compagno, molto empatico, con lui accanto i sintomi agorafobici si riducono fino ad essere solo una vaga, lieve, inquietudine. Kohut, assegnò un primario ruolo psicopatologico alla carente empatia da parte dei care giver che lascia una fragilità strutturale del Sé, e mise al centro dell’ intervento terapeutico le esperienze emotive empatiche fatte dal paziente con l’ analista, e gli inevitabili fallimenti empatici del terapeuta che devono essere riconosciuti come tali. Credo sia oggi possibile affermare che Kohut anticipò il nuovo paradigma conoscitivo proposto dalle Neuroscienze sul primato dell’emisfero destro nella relazione terapeutica.

In una seduta Anna mi racconta il seguente sogno: era a casa mia ma in disparte, in una stanza di servizio, io ero con amici e parenti in un clima affettivo gradevole e affettivo, solo mio figlio mi affrontava dandomi del presuntuoso. In questa seduta faccio solo un intervento mentalizzante (P. Fonagy) rispetto al -presuntuosoe le dico che forse si poteva collegare ad un mio atteggiamento nella seduta precedente che poteva avere percepito come eccessivamente pressante per spingerla fuori dal suo assetto difensivo rispetto alla Agorafobia. Anna è colta e affabile, ha un mondo interno ricchissimo, un’ottima memoria autobiografica, ogni piccolo evento riesce a trasformarlo in una esperienza di vita pienamente vissuta. Vive molto nel passato e nel presente. Viaggia nella sua memoria come Prust (che era capace di non uscire di casa per lunghi periodi). Il suo mondo interno la protegge e la tiene al caldo. Con lei il rischio è di rimanere affascinato dal suo flusso associativo e di rimanere chiuso con lei, all’interno delle sue difese, procrastinando e rimandando il momento in cui occorre fare i conti con la paura dello spazio fuori, per questo nelle sedute precedenti le avevo comunicato la mia percezione del rischio di rimanere assieme ad arredare il tunnel e che occorreva iniziare a fare qualche passo fuori. Sento la necessità di segnalarle che occorre pensare al futuro, a dei progetti da realizzare.

Con Anna procedo cercando il punto di equilibrio tra l’indicarle la necessità di darsi da fare affrontando l’ansia e la conflittualità del Mondo, e il rispettare le sue difese.

Mi impegno per non essere solo il porto sicuro dove rifugiarsi ma anche la base sicura che fornisce lo sguardo incoraggiante necessario per l’esplorazione e l’allontanamento.

Ed eccoci alla Selfdisclosure, concetto attuale in ambito psicoanalitico, complesso e controverso, inscritto in una cornice teorica relazionale che oltre ai fenomeni del Transfert si concentra sulle relazione reale del paziente con le specifica soggettività del’ analista.

Il mio disvelamento (o autorivelazione) ad Anna non è stato un agito ma una scelta.

Ho deciso di riferire questo sogno a mio figlio e gli ho chiesto se sono presuntuoso, lui come mi aspettavo ha risposto: Si. (Preciso che anche nel conflitto ci siamo voluti e ci vogliamo bene).

Nella seduta successiva ho riferito questo scambio verbale tra me e mio figlio alla paziente.

L’ effetto sul materiale onirico è stato notevole. Nella seduta seguente a quella della Self-disclosure, Anna mi ha riferito un sogno in cui era in casa mia e sedeva a tavola con me ed altre persone assieme al suo compagno, poi portavo lei il suo compagno e mio figlio in auto. La mia guida onirica, ha commentato, era lenta ma sicura e rilassata.

Aggiungo che nel sogno prima di salire in auto con me vedeva un aereo con il muso antropomorfo che la spaventava (ha la fobia dell’ aereo).

Nelle due immagini contrapposte dello spaventoso aereo antropomorfo che in volo non può rallentare o sostare se no precipita, e del terapeuta che conduce lentamente l’ automobile (in auto ci si può fermare e ripartire), vedo il contrasto tra le due polarità del sapere in psicoterapia, da una parte il terapeuta che conosce prima, preferisce usare l’indicativo e rischia di essere percepito come presuntuoso, dal latino prae sumere: sapere prima. Dall’altra il terapeuta che procede cercando il sapere assieme al paziente facendo domande, usando il condizionale. Come scrive Antonello Colli in -Il desiderio di essere capiti-, “La mentalizzazione non viene favorita da un terapeuta che fornisce contenuti mentali, che colma il vuoto rappresentazionale del paziente attraverso le sue rappresentazioni, ma da un terapeuta che dinnanzi ad una condizione di non sapere, a una difficoltà a comprendere il mondo interno del paziente, lo ingaggia in un processo mentalizzante , fatto di curiosità, esplorazione, flessibilità “.

self disclosure

Considerazioni sulla mia Self-disclosure

Anna più volte ha espresso il suo turbamento perché nella terapia psicoanalitica il paziente racconta tutto di sé al terapeuta che delle propria vita non dice nulla, ma in fondo a lei che spesso si sente costretta ad essere sempre accogliente non dispiace affatto incontrare la mia mente per pensare a lei e non a me. Anna non ha mai chiesto nulla sulle mie relazioni affettive, ma nel sogno improvvisamente è comparso mio figlio (il figlio onirico era così fisicamente simile e come è mio figlio in realtà che sono rimasto sbalordito) ed è comparsa una dinamica relazionale tra me e lui che ha caratterizzato gli anni della sua turbolenta adolescenza.

Le concettualizzazioni della Neuropsicoanalisi di Allen

Schore mi aiuta a rappresentarmi i miei processi conoscitivi basati sulle sensazioni, sul cogliere intuitivamente, sull’ empatia.

Io ho avuto la forte sensazione che nel sogno la rappresentazione di mio figlio che mi affrontava dandomi del presuntuoso, e che certamente potevo leggere come simbolica e a cui potevo dare una interpretazione di transfert, fosse primariamente costruita da informazioni su di me, pervenute a Anna tramite la conoscenza implicita, per dirla con Shore: tramite il contatto tra i nostri emisferi destri. C’era troppa realtà affettiva che mi riguardava direttamente per non riconoscerla come tale.

La Self-disclosure avviene continuamente senza che ce ne rendiamo conto, attraverso la conoscenza implicita, medita dal contatto visivo, nella terapia faccia a faccia. Shore definisce lo sguardo come la via maestra della conoscenza implicita.

Non uso il lettino, Anna siede davanti a me, siamo separati solo da una scrivania trasparente di cristallo, altri pazienti che hanno bisogno di maggiore distanza scelgono di sedersi su una poltrona posta più lontana a ridosso della parete davanti a me, faccio scegliere ai pazienti dove sedersi sentendosi più a loro agio.

Con l’emisfero sinistro mi sono chiesto se era un azzardo riferire sulla interazione reale tra me e mio figlio, ma ho deciso di affidarmi al mio emisfero destro che mi faceva sentire sicuro nel farlo, mi sono affidato a una intuizione , sapendo che solo a posteriori si può capire se l’intuizione era giusta o sbagliata. Mi è andata bene. A posteriori mi spiego l’esito positivo così:

dicendole che avevo chiesto a mio figlio se sono presuntuoso e che lui mi aveva risposto si, non solo ho riparato la precedente rottura della sintonizzazione costituita da un mio atteggiamento troppo pressante, ma ho anche validato la sua conoscenza implicita del mio non avere una affettività perfetta e al tempo stesso le ho comunicato che non sono un genitore e un terapeuta perfetto ma reggo le rotture e sono capace di ripararle.

Credo che ciò mi abbia fatto percepire dalla paziente come più affidabile e vero e cha le abbia dato una esperienza emotiva di riconoscimento e fiducia che possiamo definire correttiva.

Nel sogno successivo alla Self-disclosure lei siede al tavolo dove lei mi vede e io la vedo, e poi divento l’autista che procede lento ma sicuro trasportando lei, il suo compagno e mio figlio.

Considero la trasformazione del materiale onirico una conferma che la mia intuizione era giusta.

La trasformazione del pensiero onirico simbolico non è stata favorita da mie interpretazioni.

Sottolineo che Anna in seguito non mi ha chiesto ulteriori informazioni su mio figlio.

Mi riferisco alla Self-disclosure come alla scelta compiuta dal terapeuta di rendere esplicito ciò che avviene nella relazione terapeutica riguardante l’incessante flusso reciproco di conoscenza implicita, di cui ha improvvisi bagliori di consapevolezza grazie a intuizioni, immagini, al -come sedelle metafore che nascono dalle sensazioni.

Non prendo quindi, in questa sede, in esame gli Enactment ** che sono le manifestazioni della rottura della sintonizzazione dell’emisfero destro del terapeuta con quello del paziente e che inevitabilmente avvengono prima che il terapeuta se ne renda conto. Oggi possiamo affermare che l’Empatia rientra nella Sintonizzazione *** degli emisferi destri che inizia con l’inizio della vita già a partire dalla interazione tra neonato e care giver, molto tempo prima che maturino le aree cerebrali del pensiero verbale. La Sintonizzazione è conoscenza calda “embodied”, incarnata, che ha come corrispettivo corporeo la attivazione dei Neuroni specchio, delle stesse aree cerebrali negli emisferi destri, la sintonizzazione dei tracciati elettroencefalografici, del battito cardiaco e del rilascio di ormoni, tra cui l’ Ossitocina “l’ormone della tenerezza“. Non è affatto un processo continuo e nella coppia bambino-care giver, così come in ogni relazione intima, tra cui quella psicoterapeutica, procede per rotture e riparazioni.

Proseguo riportando un’altra vignetta clinica che riguarda una mia Self-disclosure, decisamente più usua le rispetto alla precedente, in cui ho esplicitato un mio sentire implicito nel qui ed ora della terapia. In questo esempio faccio notare come si evidenzi bene la base sensoriale-percettiva della conoscenza implicita.

Maya è stata una mia paziente, non vista nell’infanzia dai sui care giver, le è mancato con loro un caldo contatto empatico già da bambina piccola.

Quando l’ho conosciuta era una single, sempre un po’ triste, sempre con un senso di freddo e di vuoto dentro. Aveva tante conoscenze, che le servivano per non rimanere mai sola e senza impegni. Facilmente ferita dai rifiuti, da anni non aveva un compagno e neppure incontri occasionali con l’altro genere.

Riporto un frammento di seduta con Maya .

M “Oggi sono stata male, ho partecipato ad una riunione assurda mi sono sentita piccola non vista, ci ho messo molto per riprendermi.”

Apprendo, facendole domande, che si trattava di una riunione che ha coinvolto 20 dipendenti, discutevano di un progetto che riguardava solo 5 dei partecipanti, gli altri manifestavano il loro disinteresse apertamente giocando con i cellulari, solo 3 o 4, tra cui lei, cercavano, ignorati, di partecipare attivamente.

Faccio un intervento forse un po’ troppo oggettivante sul suo bisogno di essere vista , che non risulta utile.

M ”Uffa, ho capito ho già capito…”, segue un silenzio ostile, esperisco il suo silenzio come un doloroso ripiegamento in sé stessa, guardo fuori dalla finestra: è buio è una sera fredda, sento il suo sentire, le chiedo: “Che succede? Sembra che ci sia stata una eclissi tra noi, è buio e freddo…. “.

La comunicazione riparte e Maya parla di una bella gita fatta recentemente, con un ragazzo, in una Domenica soleggiata. M. “c’era il sole si passeggiava proprio bene”. La sua espressione diventa più distesa. La comunicazione tra noi prosegue con immagini ricche di sensorialità, le dico che se ha patito il freddo è però capace di andare a cercare il calore, parliamo del film: ”la guerra del fuoco” in cui è proprio rappresentata la conquista della capacità di accendere il fuoco da parte dei nostri antenati.

Questa metafora tornerà tante volte, nel corso della psicoterapia, ad indicare la crescente capacità da parte di Maya di accendere relazioni buone in grado di scaldarla, iniziando con una fiammella che va pazientemente alimentata.

Da tempo mi interrogo sulla importanza conoscitiva della intuizione, (intesa come improvviso bagliore di consapevolezza del percepito e non pensato della conoscenza implicita ), e sulle sue implicazioni per la Psicoterapia.

Ho cercato di dare una forma a questi miei pensieri utilizzando la narrativa, qualche anno fa, scrivendo il romanzo breve “L’uomo della luce nera“. L’io narrante è Freud, il gatto dello psicoanalista, che guardando negli occhi il paziente percepisce il pericolo e intuisce la verità affettiva a cui il suo umano arriverà solo molto tempo dopo.

Marco Monari, Segretario scientifico del Centro Psicoanalitico di Bologna, nella prefazione scrive che il gatto Freud rappresenta l’emisfero destro dello psicoanalista.

Per evitare l’autocelebrazione riporto anche una mia intuizione/reverie **** malamente utilizzata con un altro paziente, Si trattava di un giovane uomo con grave Disturbo Ossessivo Compulsivo, per tentare di mantenere un contatto empatico con lui durante le faticosissime sedute cercavo di mettermi in contatto con il bambino che sono stato e che per alcuni anni sviluppò una transitoria sintomatologia ticcosa /ossessiva, in questo contesto mi venne improvvisamente in mente una scena di un Film, che vidi nel passato remoto della mia infanzia, in cui qualcuno diceva che su una vetta del Kilimangiaro c’ era la carcassa di un Leopardo morto congelato e nessuno aveva mai capito il motivo per cui il Leopardo era salito così in alto, (poi facendo una ricerca ho scoperto che si trattava di “Le nevi del Kilimangiaro”). Ho interpretato questo ricordo improvvisamente apparso nella mia coscienza come l’intuizione che al di là del pensiero verbale concreto del paziente, con fissità dell’ ideazione, algido e ripetitivo, uno scambio tra i nostri emisferi destri era possibile, ed era possibile incoraggiare il paziente ad abbassare le sue rigide difese ossessive procedendo nella esplorazione del Mondo interno ed esterno. Parlai del caso in una supervisione in gruppo e ci fu condivisione di un cauto ottimismo. Errore! Due anni dopo ha manifestato un grave scompenso psicotico, in cui gli era impossibile uscire da casa se non accompagnato dalla madre pronta a testimoniare che durante il percorso egli non lasciava dietro di sé cadaveri di persone da lui stesso assassinate. La sintomatologia Ossessivo Compulsiva copriva una struttura psicotica!

A posteriori posso affermare che il mio ricordo esprimeva invece l’intuizione che oltrepassando i limiti del paziente e del terapeuta si trovava la morte.

Riporto il commento alle tre vignette cliniche che la gentilissima Professoressa Clara Mucci, tra lezioni all’Università, scrittura di libri, attività clinica e collaborazioni negli U.S.A. ( tra queste con Allen N.Schore ), ha trovato il tempo per inviarmi subito dopo avere letto questo articolo.

Tralascio l’approvazione dell’ inquadramento teorico. “…Nel primo caso, lei si è avvicinato con affetto alla paziente, averle riferito di quanto detto a suo figlio le ha dato il senso di quanto sia importante per il terapeuta, ed è la cosa più bella che il paziente può sapere.

Nel secondo caso c’è proprio un avvicinamento affettuoso a due…

Nel terzo caso il suo Inconscio/memoria implicita/ emisfero destro l’ha avvertita che nell’emisfero destro del paziente con struttura psicotica c’ erano cadaveri ai quali non si poteva o doveva avvicinare, ma lei non si è fidato dell’ emisfero destro .. “

C’erano cadaveri nell’ emisfero destro del paziente? Sicuramente il cadavere della rappresentazione della madre che quando era molto piccolo, a causa dell’aggravamento di una malattia oncologica, che già verosimilmente aveva reso difficile la sintonizzazione, dovette affidarlo per un lungo periodo ad una lontana zia, e quando guarita lo riprese con sé trovò un bimbo piccolo che si comportava come un adulto e non era capace di giocare, a questo, purtroppo, non seguì il fare ricorso ad uno/a psicoterapeuta dell’ infanzia ma a un atteggiamento iperprotettivo.

Il paziente non ha smesso di fidarsi di me, è uscito dallo scompenso psicotico, la Psicoterapia procede si, ma ai piedi del Kilimangiaro. Ora sappiamo entrambi che le sue difese ossessivecompulsive gli sono indispensabili per non precipitare nella psicosi e questo comporta la mia accettazione del controllo della relazione da parte sua, mi lascia spazio solo per brevi empatici interventi di sostegno e suggerimenti comportamentali rivolti al suo emisfero sinistro. Quando mi risulta troppo faticoso uso la Self-disclosure e gli comunico che mi sento costretto in tribuna ad assistere da lontano ad una partita

NOTE

* NOTA 1

Il concetto di ” Esperienza emotiva correttiva ” venne proposto nei lontani anni ’40 da F. Alexander, le sue parole risultano ancora attuali :“In tutte le forme di psicoterapia eziologica, il principio terapeutico di base è lo stesso: riesporre il paziente, sotto circostanze più favorevoli, a situazioni emotive che lui non poté affrontare nel passato. Il paziente, per essere aiutato, deve passare attraverso una esperienza emozionale correttiva adatta per riparare l’influenza traumatica di esperienze precedenti.”

** NOTA 2

A proposito degli Enactment scrive magistralmente Allen N Schore in “ Psicoterapia con l’ emisfero destro” che nel rapporto paziente / terapeuta ” ciascun terapeuta avrà dei momenti in cui non riuscirà a contenere le proprie emozioni negative…il termine utilizzato è Enactment

… periodi di mancata sintonizzazione non creeranno danni purché

Siano temporanei 2)Il terapeuta padroneggi il suo ruolo nel creare l’ Enactment 3) Il terapeuta sia in grado di stimolare una riparazione”.

*** NOTA 3

Studi sulla interazione bimbo piccolo-care giver hanno dimostrato come basti che il care giver sia sintonizzato per un terzo del tempo che passa con il bambino perché da quelle esperienze di Sintonizzazione che gioca da solo, ora in risposta alla mia Selfdisclosure è possibile contrattare scherzosamente i minuti in cui mi concede di entrare in campo.

I traumi relazionali precoci si incarnano nel funzionamento cerebrale e se questo determina l’instaurarsi di una struttura psicotica, per cui interventi esplorativi che attivano l’ emisfero destro causano la perdita dell’ esame di realtà, credo si costituisca il limite, malgrado la plasticità del cervello, per una azione trasformativa della Psicoterapia in età adulta.

Spero con questo mio articolo di avere fornito utili spunti di riflessione a tutti coloro che sono interessati alla integrazione in Psicoterapia. Ringrazio Caterina, Imerio, Katia e tutti i fantastici componenti della redazione della Rivista . Nella SPAI ho trovato un luogo di accogliente asilo per me, e per tutti gli inguaribili esploratori curiosi di vedere cosa c’è oltre i confini prestabiliti.

si sviluppino nel bambino i collegamenti tra i neuroni che poi consentiranno la regolazione degli affetti, se questo non avviene, grazie alla plasticità del cervello, come afferma Schore, si potrà poi porvi rimedio, ma solo con lunghe psicoterapie svolte da uno psicoterapeuta molto abile nel sintonizzarsi con il paziente, molto capace di fare la “ Psicoterapia con l’ emisfero destro “.

*** NOTA 4

Con Reverie si intende la rappresentazione dell’ esperienza inconscia intersoggettiva dell’analizzando e dell’analista. In questo articolo non faccio riferimento all’ inconscio conflittuale sede di contenuti che, in quelle concettualizzazioni psicoanalitiche per cui nella gestione degli accadimenti psicodinamici del conflitto le difese hanno un ruolo primario ed attivo, risultano essere mantenuti inconsci per l’azione attiva di difese come rimozioni e scissioni.

Mi riferisco solo all’inconscio procedurale dove automaticamente si depositano conoscenze implicite e memorie implicite ( costituite prevalentemente da immagini ) che hanno circuiti neurologici distinti da quelli della consapevolezza. Appartengono all’Inconscio procedurale difese relazionali “ automatiche“, fallimenti ambientali ed esperienze trauma

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Dr. Claudio Roncarati

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Psichiatra Forense
Psicoterapeuta
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