Intervista a Claudio Roncarati per rivista SPAI
Caro Dottor Claudio abbiamo finalmente la possibilità di ampliare la conoscenza con Lei che è sempre molto presente nelle chat S.P.A.I. offrendo una bella ricchezza di contenuti e stimoli interessanti. Sappiamo che è un professionista attivo sia nel campo clinico della psichiatria e della psicoterapia. Ci può parlare della sua formazione?

Carissima, diamoci del tu! Vengo da una formazione Kleiniana in ambito SPI. Analisi personale, quattro sedute settimanali per sette anni e mezzo con Psicoanalista Kleiniano. Tesi di laurea in Medicina e di specializzazione in Psichiatria con il Prof. L. Giordani Psichiatra Psicoanalista SPI, Kleiniano e Bioniano, supervisioni con Psicoanalisti SPI. Ma sporgevo con i piedi dal lettino del mio analista, ripensandoci mi pare rappresentativo del mio non starci tutto in quel tipo di Psicoanalisi (scherzosamente chiamavo il mio analista Interpretetor), a distanza di oltre trenta anni dalla fine della mia analisi personale, delle tante interpretazioni ricevute non ricordo quasi niente, ricordo invece perfettamente quando in risposta al mio comunicargli una sensazione pervasiva di freddo dentro di me, mi rispose semplicemente: ”Stiamo al freddo assieme“, e ricordo suoi brevi intervenenti, di diversa tonalità affettiva, in forma di aforismi, come: “Quando veramente ci serve una mano dobbiamo cercarla alla fine delle nostre braccia”. Faccio parte della novecentesca generazione di Psichiatri formati per fare Psichiatria psicoanalitica e, parafrasando un celebre verso del poema Howl di Allan Ginseberg: “ho visto le menti migliori della mia generazione devastate dal Burn Out”. Il matrimonio tra Psichiatria e Psicoanalisi non funzionava ed ha portato, purtroppo, all’attuale divorzio, ora tocca adoperarsi perché almeno mantengano una reciproca frequentazione per evitare un impoverimento di entrambe. A proposito del difficile rapporto tra Psichiatria e Psicoanalisi rimando al mio articolo disponibile on line “Psicoanalisi della Schizofrenia? Si ma“. La insoddisfazione sia personale che professionale per la formazione fino ad allora ricevuta mi ha portato a studiare e sperimentare altri modelli teorici che proponevano altri fattori terapeutici come primari, dando all’interpretazione un ruolo secondario: La Psicologia del Sé di Kohut; la Teoria dell’Attaccamento di Bowlby; la Teoria della Mentalizzazione di Fonagy e recentemente la Neuropsicoanalisi di Schore e la Teoria della regolazione affettiva che le è correlata. Per resistere al Burn Out nei Servizi Psichiatrici ho coltivato nell’orto della libera professione la Psicoterapia individuale, come Psicoterapeuta ho fatto formazione fuori dall’istituzione, supervisioni e intervisioni. Pensando che la sola Psicoterapia possibile nei Centri di Salute Mentale potesse essere quella di gruppo ho fatto formazione in psicoanalisi di gruppo con l’IIPG (Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo), cercando di applicarla nell’SPDC, dove ho lavorato per oltre dieci anni, conducendo due gruppi settimanali con tutti i pazienti ricoverati. Come dissi in una mia relazione presentata ad un congresso IIPG, il vissuto predominante in gruppo tra pazienti e curanti era di essere in una “discarica di rifiuti umani”. Erano gruppi di rianimazione empatica sia per i pazienti che per gli infermieri che partecipavano ai gruppi. Ho fatto formazione in Psicodramma psicoanalitico con la SIPsA ed ho applicato la tecnica dello Psicodramma nella conduzione, presso il Centro Salute Mentale, di un gruppo di pazienti dell’area Borderline. Anche in questa esperienza clinica il principale fattore terapeutico era promuovere un flusso empatico, e la mentalizzazione degli stati mentali propri ed altrui all’interno del gruppo. Per chi fosse interessato ho scritto un articolo su quella esperienza intitolato “Utilizzazione dello psicodramma con pazienti dell’area Borderline“, disponibile on line.
Cosa ti ha portato a scegliere la strada della psichiatria e nel suo ambito di quella psicoanalitica?
La vocazione. Mi sono iscritto a Medicina per diventare Psichiatra. La vocazione era espressione di come ero io a 19 anni, della mia storia personale fino ad allora, delle mie convinzioni, della mia idealità, dei mei irrisolti, delle mie aree di forza e di quelle di debolezza, delle mie passioni, delle esperienze che avevo fatto di contatto con il dolore mentale mio ed altrui. Allora la psichiatria psicoanalitica mi pareva il “Sole dell’Avvenire” della Psichiatria. Quando studente di Medicina assistetti alla prima lezione di Psicopatologia tenuta dal Prof. L. Giordani mi venne in mente un verso di Majakovskij: “Ma chi è? Da dove viene? Questo che tra gli uomini è il più umano“.
Le modalità con cui ti esprimi con noi colleghi, ci fanno comprendere la tua familiarità col linguaggio relazionale, empatico, aperto verso l’altro. Nel lavoro terapeutico, crei una relazione affettiva prima che cognitiva. Che valore dai in questo ambito all’empatia?
Lo stesso valore di un muro portante: il suo crollo fa crollare la casa. Lo Psicoanalista Heinz Kohut ha definito l’Empatia, con parole psicoanalitiche, come la capacità di sentire sé stessi nella vita interiore di un’altra persona. Ritengo questa capacità come fondamentale per fornire al paziente una “base sicura” da cui partire per l’esplorazione condivisa, con il terapeuta, del proprio mondo interno. Preciso che l’Empatia non è buonismo, poiché nel mondo interno ci sono anche affetti come l’invidia e la gelosia che non sono buoni; identificazioni con persecutori; sistemi motivazionali, come la competizione, che non sono altruistici. Ritroviamo oggi l’insegnamento di Kohut e della sua “Psicologia del Sé” nella psicoanalisi relazionale, che ci indica il paziente, nella relazione terapeutica, come un essere umano impegnato a cercare un riconoscimento della sua esperienza soggettiva. Wislawa Szymborska ha dato al sentire empatico toccanti parole poetiche: ”Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”. Platone ha dato parole filosofiche: “curo il prossimo perché curandolo curo me stesso”. Grazie alle scoperte degli studi sul funzionamento cerebrale ora abbiamo anche parole scientifiche per parlare dell’Empatia, sappiamo che rientra nella sintonizzazione relazionale degli emisferi destri cerebrali, ha collegamenti neuronali e neuroni preposti: i Neuroni Specchio. Un’altra importante definizione che Heinz Kohut ha dato dell’Empatia è di “Introspezione vicariante“. Credo che questo, a distanza di decenni dalla sua morte, sia ancora un concetto attuale e importante. Con l’Empatia possiamo accedere al mondo interno del paziente vicariando la sua opacità o incapacità introspettiva. L’introspezione vicariante è la capacità terapeutica di sentire, emozioni ed affetti che sono opachi al paziente, che non riesce a rappresentare, non solo per l’effetto di meccanismi di difesa, ma anche perché qualcosa è andato storto nella relazione con i suoi caregiver, rispetto all’acquisire la capacità di rappresentare i propri ed altrui stati mentali. Questa capacità empatica del terapeuta aiuta il paziente ad acquisire strumenti psicologici di consapevolezza e di elaborazione della sofferenza. Sentire sé stessi nella vita interiore di un’altra persona comporta capacità di ascolto e di cura rivolta verso sé e verso l’altro, richiede al terapeuta, nell’incontro con il paziente, di avere in mente la propria mente e la mente del paziente, di avere capacità di ascolto e di cura del proprio controtransfert. Per l’utilizzazione terapeutica dell’empatia, Kohut ci ha dato una indicazione molto importante: quella della “Frustrazione empatica ottimale“: quanto più il paziente ha bisogno di Empatia e Sintonizzazione, tanto più è impossibile fornire costantemente la risposta di cui ha bisogno, ma è comunque possibile evitare che gli inevitabili fallimenti empatici ripropongano una rottura della relazione. Il terapeuta, in questo contesto, deve essere capace di riconoscere il suo fallimento, renderlo accettabile al paziente partendo dal riconoscimento e dalla validazione del sentire del paziente, causato dal fallimento empatico del terapeuta. Tutto ciò, usando i termini della Neuropsicoanalisi, corrisponde ad una visione del percorso terapeutico come di una sequenza di rotture e riparazioni della sintonizzazione, e rimanda allo spostamento del Focus nella Psicoanalisi relazionale, dalla ricerca di una Verità ultima al processo terapeutico stesso. Dobbiamo interrogarci quando un paziente non sembra affatto interessato all’incontro, per dirlo con Schore, degli emisferi destri tra lui e il terapeuta, quando porta una richiesta di terapia limitata a togliere il sintomo anche privilegiando la terapia farmacologica, senza alcun desiderio esplorativo del proprio mondo interno, con una richiesta limitata a prescrizioni comportamentali: “Mi dica cosa devo fare”. Sono molti gli interrogativi che sorgono in questa situazione nel terapeuta: In verità il paziente è sfiduciato o terrorizzato da un percorso esplorativo congiunto? Se accolgo la sua richiesta evito un contatto con un mondo interno che mi rappresento come noioso e preferisco dare una risposta operativa? Sto riproponendo l’atteggiamento dei suoi caregiver che non hanno mai avuto interesse per il suo mondo interno? Oppure è giusto accogliere la sua richiesta? Accogliere una visione di sé, una cultura, una idea del valore personale, basate sulla operatività del fare? O forse ha difese granitiche o un deficit strutturale del Sé rispetto alla capacità introspettiva e malgrado il mio impegno nella introspezione vicariante non riuscirei comunque a raggiungerlo? Affidandomi alla dimensione affettiva relazionale più che a quella cognitiva, per raggiungere il mondo interno dei pazienti, pur rimanendo me stesso, con ognuno mi viene di usare parole diverse e diversi toni della voce, e se mi video registrassi risulterebbe che ho anche sguardi e mimiche diversi. Considero ogni Psicoterapia che si basa non sulla applicazione di una tecnica ma sull’incontro intimo tra due persone, come unica e irripetibile. Ho rinunciato ad usare il lettino per non rinunciare allo sguardo che Schore definisce come la via maestra della conoscenza implicita. Questa visione è il mio modo di fare Psicoterapia, il modello più confacente a come sono fatto io, quello che mi consente di essere me stesso come psicoterapeuta. Nell’ambito delle Psicoterapie relazionali non ci sono dati che dimostrano la maggiore efficacia di un modello rispetto agli altri, per cui consiglio ai giovani terapeuti di orientarsi verso modelli che sono maggiormente nelle loro corde, e, se li fa lavorare meglio, di privilegiare gli interventi Top Down tra cui le interpretazioni: ossia dalla corteccia dell’emisfero sinistro al sistema limbico dell’emisfero destro; rispetto a quelli Bottom up che vanno in direzione opposta. Consiglio di trovare la temperatura affettiva e la distanza giusta nella relazione con il paziente per riuscire ad essere liberamente sé stessi. A ben pensarci anche nel rapporto genitori figli non c’è un solo modo per essere bravi genitori. L’importante è avere in mente la propria mente e la mente dell’altro di cui ci si prende cura.
Ha mai fatto parte, prima di iscriverti alla Spai di altre Società?
A parte una breve appartenenza alla SIPsA, No. Non ho mai fatto richiesta di ammissione nella SPI né ad altre Società psicoanalitiche. In me il sistema motivazionale dell’esplorazione è molto forte. Ho sempre temuto una dipendenza a vita da analisti didatti che diventano poi anche insegnanti, supervisori, e magari anche amici. Tutte le centinaia di Scuole di Psicoterapia tendono ad auto celebrarsi. Sono una gallina ruspante della Psicoterapia che ha imparato a razzolare in giro per procurarsi il cibo di cui ha bisogno. Nella Spai ho trovato un luogo accogliente per le galline ruspanti come me, per spaiate e spaiati che nella Spai trovano compagnia e interlocutori.
Sappiamo che sei autore di libri non solo inerenti strettamente alla professione, ce ne puoi parlare?
Volentieri. Sono diversamente inerenti alla professione, usando termini presi dal bigliardo, posso affermare che vanno a buca di sponda. Sia organizzando concorsi letterari dedicati alla lotta allo stigma in psichiatria, che scrivendo romanzi e poesie mi sono impegnato per portate la narrativa e la poesia nella Psichiatria e nella Psicoterapia. Leggere romanzi e poesie ci aiuta a mantenere curiosità, capacità di coinvolgimento affettivo, stupore e genuino interesse per il mondo interno delle persone; ci aiuta a non diventare dei tecnici che applicano procedure. Mi sono specializzato in Psichiatria con una tesi sul poeta Dino Campana morto in manicomio. Credo, in accordo con Antonello Correale, che il linguaggio dello Psicoterapeuta debba sapersi dotare anche di valenza poetiche ed a questo proposito ho scritto un articolo disponibile on line su “Esperienza emotiva correttiva e linguaggio poetico“. Con la raccolta di poesie “La fata fatua e lo psichiatra”, co-edizione Alpes e CFR, ho avuto il riconoscimento del Premio Fortini 2011. Con “Piovono suicidi“, Pegasus edizioni 2018, ho vinto il Premio Montefiore. Ho pubblicato due romanzi brevi, un po’ noir ed un po’ fantasy. Nel 2015 un romanzo breve: “Antipsichiatria Extragalattica“, Fara editore, vincitore del Premio Faraexcelsior, che ha la prefazione di Leonardo Montecchi, presidente della Scuola Bleger di Psicoanalisi operativa. Nel 2020: “L’uomo della luce nera. Caso clinico presentato da Freud“, Freud è il gatto di uno psicoanalista. Marco Monari, che è stato segretario scientifico del Centro psicoanalitico di Bologna, nella prefazione lo ha definito l’emisfero destro dello Psicoanalista. Sono uno Psichiatra Psicoterapeuta ma nella mia identità io sono e mi sento uno Psicoterapeuta Psichiatra. Scrivere narrativa e poesie è stato anche un modo per resistere al Burn Out, per non appiattire la mia identità nel ruolo svolto dentro la Psichiatria pubblica.
Nel tuo lavoro clinico, quali sono oggi, secondo Te, le sfide più grandi nel rapporto tra terapeuta e paziente?
Il mondo cambia col passare del tempo e questo continuo divenire pare proprio essersi accelerato e riguarda anche la Psicopatologia e la Psicoterapia. Dell’Isteria, sul cui studio è nata la Psicoanalisi non si sente più parlare. Hanno fatto irruzione nuove patologie, basti pensare ad esempio alla epidemia Borderline che dagli anni ottanta si è abbattuta sulla Psichiatria e sulla Psicoterapia, trovandole impreparate: una ricerca ha dimostrato che la maggioranza dei pazientI dopo pochi mesi interrompeva qualsiasi tipo di terapia allora disponibile. Dall’Infant Reserch e dalla ricerca Neuroscientifica sul cervello sono arrivate nuove fondamentali conoscenze. Questa nostra “Società del Narcisismo” ci ha obbligati a rivedere le teorie sul Narcisismo e gli approcci terapeutici. Come scrive Matteo Lazzarini, gli adolescenti oggi crescono “nell’epoca di Internet e del Narcisismo”. Abbiamo sempre più a che fare con pazienti che manifestano un danno precoce del Sé, costituito da deficit della mentalizzazione, disturbi dell’attaccamento, disregolazione della affettività. Ritengo necessario per i terapeuti, non aggrapparsi all’insegnamento dei grandi maestri del passato, agli anziani didatti, anche se amati, ma di aggiornarsi sempre, mettendo costantemente in discussione il proprio sapere, integrandolo con le nuove conoscenze, per rispondere alla sfida più grande che rimane sempre la stessa: “dare in scienza e coscienza, con la propria irrinunciabile soggettività, la cura migliore ad ogni singolo paziente per le sue specificità”.
Ho avuto modo di leggere che ti sei interessato anche allo “Stalking”. Ce ne puoi parlare sinteticamente?
Per anni ho svolto le consulenze psichiatriche del Centro di Salute Mentale in Carcere, dove ho avuto modo di conoscere Stalker autori di femminicidi. Lo Stalking non è una diagnosi psichiatrica, in molti stalkers non si evidenzia una patologia mentale conclamata, lo stalking pertanto si colloca nella zona grigia posta tra normalità del male e psicopatologia. Lo stalker non riesce ad accettare che l’oggetto del suo desiderio sia pienamente altro da sé, ossia una persona che costituisce un centro autonomo di iniziativa, dotata di libertà, con il diritto di respingerlo rifiutarlo o ignorarlo. Il bisogno d’ amore diventa pretesa. La attivazione del sistema d’ attaccamento comporta la pretesa che l’altro rinunci ad essere soggetto e diventi oggetto pronto a fornire conforto, vicinanza fisica, rispecchiamento, soddisfazione sessuale. Manca il senso di colpa. Espongo succintamente il caso di M., un giovane uomo, che aveva ucciso a coltellate la sua fidanzata perché voleva lasciarlo. Prima l’aveva minacciata ed anche picchiata. In carcere non esprimeva rimorso, né colpa, non provando questi sentimenti non riusciva ad accettare l’idea di dovere scontare una pena. Si lamentava del carcere perché ci si annoia, non si può disporre del proprio tempo, non si mangia bene. M. non era cresciuto in una famiglia dominata dal patriarcato, non aveva avuto un padre maschilista con cui identificarsi. M. era stato abbandonato dalla madre quando era bambino. La madre aveva lasciato figlio e marito per andare a vivere con un nuovo compagno. Possiamo pensare che l’abbandono da parte della fidanzata avesse riaperto la ferita dell’abbandono da parte della madre, che avesse riattivato rabbia e disperazione, che M. avesse bisogni di dipendenza affettiva molto forti e di cui non era consapevole. M. era stato cresciuto dal padre (considerato un uomo debole) e dalla nonna materna. Gliele avevano date tutte vinte, perché “poverino aveva sofferto tanto a causa della madre cattiva”. Si era evidenziato un ambiente familiare che, dopo il trauma dell’abbandono materno, non gli ha trasmesso la capacità di tollerare le frustrazioni, di accettare i no, di controllare la rabbia, ponendo così le basi per la pretesa, nella relazione di coppia, che la partner rinunciasse alla propria soggettività e diventasse un oggetto a disposizione. La capacità di potere vivere la relazioni “Io-Tu”, in cui entrambi i componenti della coppia si pongono come Soggetti, richiede che da bambini i loro caregiver, abbiano avuto in mente la loro mente, questo anche per quanto riguarda gli affetti aggressivi, in particolare la rabbia; richiede che i caregiver abbiano fornito una regolazione-educazione affettiva a partire dalla relazione tra loro e il bambino. Gli Stalker sono in maggioranza uomini, lo Stalking è espressione di fattori psicologici, culturali e biologici, tra cui il Testosterone, l’ormone della sessualità e dell’aggressività. Senza con questo avvalorare alcun giustificazionismo, ricordo che la quasi totalità dei reati violenti sono compiuti dai maschi prevalentemente giovani, e che l’incidenza di questi reati cala con l’aumentare dell’età, parallelamente alla fisiologica progressiva riduzione del testosterone. La mancata regolazione psicologica e culturale dell’aggressività può rendere gli uomini socialmente molto più pericolosi delle donne.
Come vedi l’integrazione tra Psichiatria e Psicoterapia?
Carissima per rispondere a questa tua domanda ti porto a fare un breve volo sul “nido del cuculo”. Quando iniziai a lavorare nei Servizi psichiatrici pensavamo che potessero fornire anche psicoterapia. La mia specializzazione in Psichiatria mi aveva abilitato anche alla psicoterapia, oggi nelle varie sedi universitarie di specializzazione in Psichiatria, l’insegnamento della psicoterapia è ormai ridotta al lumicino o non esiste più. Comunque per uno Psichiatra Psicoterapeuta che ha in carico duecento pazienti, che è risucchiato dalla operatività rivolta al fare della Psichiatria pubblica, dalle urgenze, dai TSO, dal mandato implicito del controllo sociale, che è stato assegnato alla Psichiatria, trovare tempo e spazio mentale per la Psicoterapia è impossibile. Ho sempre cercato di mettere in agenda spazi per parlare con le Psicologhe del CSM, poche e oberate dal carico lavorativo e dall’ incessante esposizione al dolore mentale delle patologie psichiatriche più gravi al punto di ammalarsi pressochè tutte, pur se ancora giovani, di patologie organiche tra cui tumori e patologie autoimmuni. Il confronto con Psicologhe che non avevano una formazione psicoanalitica, ma cognitivista o sistemica è sempre stato arricchente e mi ha rafforzato la convinzione che l’integrazione tra diverse psicoterapie relazionali si fa nella clinica confrontandosi sui casi. Mi ha anche rafforzato la convinzione che avere una “personalità terapeutica “sia più importante della tecnica utilizzata. Per “personalità terapeutica” intendo essere empatici, provare un genuino interesse per l’altro, essere capaci di ascoltare senza assumere un atteggiamento giudicante o pedagogico. Devo però esprimere, in base a quello che ho dolorosamente constatato, la mia preoccupazione perché le terapie manualizzate, come la DBT( che va per la maggiore nella Psichiatria pubblica), trascurano il vissuto del terapeuta, in particolare quando la terapia non funziona e comporta inevitabili sentimenti di delusione e frustrazione. In generale il contatto continuo con il dolore mentale, soprattutto con quello delle patologie psichiatriche più gravi che comporta esposizione ad angosce di morte psichica, a stati di disregolazione affettiva con paura, rabbia, eccitazione sessuale, vergogna e per, dirlo con un concetto psicoanalitico, al bombardamento delle identificazioni proiettive, fa ammalare il terapeuta, se non ha cura del proprio vissuto, se non è abituato a rappresentarsi il proprio controtransfert.
Occorre volgere l’attenzione contemporaneamente, nell’ incontro terapeutico, sia verso il sentire del paziente che verso il proprio, non solo per avere cura del paziente ma anche per avere cura di sé stessi.
La psicoterapia non può avere i ritmi di una catena di montaggio.
La mia portata massima di carico, da quando mi dedico esclusivamente alla libera professione è costituita da sei pazienti al giorno, trenta in una settimana e tra loro solo alcuni con patologie gravi.
Nei CSM la operatività è anche una difesa dal contatto con il mondo interno del paziente, i momenti di incontro e discussione dei casi tra Psichiatri e Psicologi sono pochi, e in generale sono pochi i momenti in cui è possibile trovare una pausa nell’ incessante fare, per dedicarsi a pensare al mondo interno del paziente piuttosto che alla sua diagnosi, al proprio sentire nel rapporto con lui, al suo romanzo familiare piuttosto che alla sua anamnesi.
L’ integrazione di cui mi hai chiesto oggi è resa possibile dalla buona volontà di Psichiatri e Psicoterapeuti sia dipendenti dei Dipartimenti di Salute mentale che liberi professionisti, che si parlano e si confrontano sui pazienti che hanno in comune.
Come socio SPAI quali prospettive vorresti incentivare o anche supportare per la nostra associazione?
La preziosa specificità della SPAI è di essere una associazione tra terapeuti interessati alla Psicoterapia Analitica Integrata, non è una Scuola strutturata attorno ad un modello, non abilita psicoterapeuti. Vorrei incentivare e supportare la possibilità per la SPAI di offrire confronti clinici, discussione di casi, incontri tra colleghi e formazione, al di fuori dei recinti delle Scuole e società di appartenenza. Nel nome Società Psicoterapia Analitica Integrata è presente la Mission della integrazione tra teorie e modelli diversi. L’aggettivo Analitica ci mette al riparo dall’ eclettismo, dal “butta su “delle tecniche dentro alla nostra cassetta degli attrezzi.
A questo proposito cito un paziente che si è rivolto a me dopo che il terapeuta precedente aveva provato con lui, senza successo, quattro o cinque tecniche diverse, Il paziente è arrivato da me frastornato con il vissuto di essere un oggetto da aggiustare trovando l’attrezzo giusto.
Gli ho detto che dovevo conoscerlo che lui non era solo il suo sintomo, che non gli proponevo un’altra tecnica, ma gli offrivo un incontro delle nostre menti per esplorare assieme la sua mente, la sua storia personale, le sue relazioni, i suoi desideri, le sue paure, le sue fantasie, i suoi sogni e in quella esplorazione congiunta avremmo cercato di capire assieme i suoi sintomi, le sue difficoltà. la sua sofferenza. La psicoterapia sta procedendo bene.
Per me l’aggettivo “Analitica” dato alla Psicoterapia e che la rende meravigliosa si fonda su:
“ Sentire sé stessi nella vita interiore di un’altra persona”, (Kohut).
“ Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”, (Szymborska).
“ Curo il prossimo perché curandolo curo me stesso”, (Platone).
“L’etica dell’ascolto e della cura, verso sé stessi e verso gli altri “,
(dalla lettera di 1000 Psicoanalisti sulla crisi umanitaria di Gaza).
L’ etica per cui ovunque prevalga la legge del più forte, nel cui nome vengono inflitti traumi da mano umana, dall’abuso su un singolo individuo ai crimini di guerra, ci fa chiedere non vendetta, ma Giustizia.
Grazie caro Claudio, prima di tutto per la disponibilità nell’aver trovato il tempo di rispondere alle domande di questa intervista. Quello che hai scritto ci permette di conoscerti e di usare la nostra mente per entrare in sinergia con la tua; il tuo entusiasmo e il tuo essere sempre “sul pezzo” fa bene e aiuta nel sentirci vivi dentro alla SPAI.
La tua dialettica e il tuo desiderio di conoscere ed esplorare è contagioso, e sicuramente aiuta a mantenere vivo lo scambio fra colleghi psicoterapeuti.
Condivido tutti i riferimenti che hai portato al dover mettersi sempre in discussione come professionisti psicoterapeuti; la nostra disciplina è un “processo”, come hai ben sottolineato, che è sempre in divenire, e questo chiede umiltà professionale, studio, capacità empatiche e solidarietà fra colleghi.
Grazie per aver condiviso parti preziose di Te con noi.


